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Fb 14 agosto ’22
Lc 12,49-53
I giorni dell’angoscia (di p.Ermes Ronchi)

Sono venuto a gettare fuoco sulla terra. E come vorrei che fosse già acceso! Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma la divisione.
Gesù manifesta tutta la sua angoscia: ormai all’orizzonte si stagliano i bagliori di un incendio che lo coinvolgerà: ho un battesimo nel quale sarò battezzato e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Il Dio biblico non porta la falsa pace dell’imparzialità o dell’inerzia, ma “ascolta il gemito” dei poveri e dei piccoli, e poi prende posizione contro i faraoni di sempre. Dio non è neutrale: vittime o carnefici per lui non sono la stessa cosa, tra ricchi e poveri ha delle preferenze, e si schiera. Sono venuto a portare la divisione, quella che si realizza quando gli affamati di giustizia si oppongono ai fabbricanti di ingiustizia, quando i puri di cuore prendono le distanze dal corrotto e corruttore, quando i prigionieri escono dalle segrete e si mettono in cammino nel sole.
Ci capita, a volte, di essere senza fuoco, battezzati non nel fuoco ma nella cenere, di maneggiare le armi letali dell’indifferenza e della freddezza: restando muti davanti al grido dei poveri e di madre terra, mentre soffiano i veleni degli odi, si chiudono approdi, si alzano muri, avanza la corruzione, si avvelena la casa comune. Non si può restarsene inerti a contemplare la vita che ci scorre a fianco, malata. Altrimenti il male avanzerà e si farà sempre più arrogante e legittimato.
“Sono venuto a portare il fuoco”. Ecco l’alta temperatura morale in cui soltanto avvengono le trasformazioni positive del cuore e della storia, in cui si è creativi.
La Evangelii gaudium invita i credenti alla creatività nella missione, nella pastorale, nel linguaggio. Propone instancabilmente non l’omologazione, ma l’unicità; invoca non l’obbedienza ma l’originalità del vivere. Fino a suggerire di non temere eventuali conflitti che ne possono seguire (Eg 226), perché senza conflitto non c’è passione.
Continua il Vangelo: Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Un invito pieno di energia, rivolto proprio a tutti: non seguite il pensiero dominante, non accodatevi alla maggioranza o ai sondaggi d’opinione.
Giudicate da voi stessi, intelligenti e liberi, svegli e sognatori, andando oltre la buccia delle cose: «La differenza decisiva non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa» (C.M. Martini). Tra chi si domanda che cosa c’è di buono o di sbagliato in ciò che accade, e chi non si domanda più niente.
Giudicate da voi… Siate profeti, siate profeti anche scomodi, dice il Signore. Anche oggi, a casa nostra, i nostri messaggi di coerenza possono essere una moltitudine, ogni giorno, tra gli adulti e tra i bambini. Creatività e coerenza. E far divampare quella goccia di fuoco che lo Spirito ha seminato in ogni vivente.

 

Avvenire XX DOMENICA C
Luca 12,49-57

Fuoco e divisione sono venuto a portare. Vangelo drammatico, duro e pensoso. E bellissimo. Testi scritti sotto il fuoco della prima violenta persecuzione contro i cristiani, quando i discepoli di Gesù si trovano di colpo scomunicati dall’istituzione giudaica e, come tali, passibili di prigione e morte. Un colpo terribile per le prime comunità di Palestina, dove erano tutti ebrei, dove le famiglie cominciano a spaccarsi attorno al fuoco e alla spada, allo scandalo della croce di Cristo.
Sono venuto a gettare fuoco sulla terra. Il fuoco è simbolo altissimo, in cui si riassumono tutti gli altri simboli di Dio, è la prima memoria nel racconto dell’Esodo della sua presenza: fiamma che arde e non consuma al Sinai; bruciore del cuore come per i discepoli di Emmaus; fuoco ardente dentro le ossa per il profeta Geremia; lingue di fuoco a pentecoste; sigillo finale del Cantico dei Cantici: le sue vampe sono vampe di fuoco, una scheggia di Dio infuocata è l’amore.
Sono venuto a gettare Dio, il volto vero di Dio sulla terra. Con l’alta temperatura morale in cui avvengono le vere rivoluzioni.
Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma divisione. La pace non è neutralità, mediocrità, equilibrio tra bene e male. “Credere è entrare in conflitto” (David Turoldo). Forse il punto più difficile e profondo della promessa messianica di pace: essa non verrà come pienezza improvvisa, ma come lotta e conquista, terreno di conflitto, sarà scritta infatti con l’alfabeto delle ferite inciso su di una carne innocente, un tenero agnello crocifisso.
Gesù per primo è stato con tutta la sua vita segno di contraddizione, “per la caduta e la risurrezione di molti” (Luca 2,34). Conosceva, come i profeti antichi, la misteriosa beatitudine degli oppositori, di chi si oppone a tutto ciò che fa male alla storia e ai figli di Dio. La sua predicazione non metteva in pace la coscienza di nessuno, la scuoteva dalle false paci apparenti, frantumate da un modo più vero di intendere la vita.
La scelta di chi perdona, di chi non si attacca al denaro, di chi non vuole dominare ma servire, di chi non vuole vendicarsi, di chi apre le braccia e la casa, diventa precisamente, inevitabilmente, divisione, guerra, urto con chi pensa a vendicarsi, a salire e dominare, con chi pensa che vita vera sia solo quella di colui che vince.
Come Gesù, così anche noi siamo inviati a usare la nostra intelligenza non per venerare il tepore della cenere, ma per custodire il bruciore del fuoco (G. Mahler), siamo una manciata, un pugno di calore e di luce gettati in faccia alla terra, non per abbagliare, ma per illuminare e riscaldare quella porzione di mondo che è affidata alle nostre cure.

 

 

Fb 20 marzo – III di Quaresima C
Ancora un po’ di compassione

Annunci di morte, nel vangelo, e grandi domande. Che colpa avevano quegli uomini? È Dio che guida le armi? Che colpa avevano i diciotto morti sotto la torre crollata a Siloe? E chi è colpito dal terremoto, dalla guerra, dalla malattia, è forse castigato da Dio? La risposta di Gesù è netta: non è Dio che fa cadere torri o palazzi, non è la mano di Dio ad architettare stragi.
Piuttosto, convertitevi al compimento della legge: ” tu amerai”. Amatevi, altrimenti vi distruggerete.
Conversione è l’inversione di rotta della nave che va diritta sugli scogli. Non serve fare la conta dei buoni e dei cattivi, bisogna riconoscere che il mondo intero deve cambiare direzione: nelle relazioni, nella politica, nell’economia, nell’ecologia.
Mai come oggi sentiamo attuale questo appello accorato di Gesù. Mai come oggi capiamo che tutta la terra è in stretta connessione: se ci sono milioni di disperati in pianto, sarà il mondo intero ad essere una collina di croci; se la natura è avvelenata, muore anche l’umanità; l’estinzione di una sola specie vivente equivale a una mutilazione di tutti.
Gesù prende le difese sia di Dio, sia degli uccisi: non è Dio che arma la mano di Pilato, che aggiunge sangue a sangue, che abbatte torri. «Ma dov’è Dio?» Ci domandiamo oggi, giorno del dolore. Dio è lì, certamente. Ma non si frappone fra vittima e carnefice; è ancora e di nuovo e per sempre crocifisso con la vittima; non spezza le lance degli uccisori, ne è trafitto insieme. Dio sta nel riflesso più profondo di tutte le lacrime, e si fa confine alle tue con la speranza, con l’attesa della risurrezione.
E’ un padre che crede in me prima ancora che io dica sì, perché il tempo di Dio è l’anticipo, il suo amore è preveniente, e la sua misericordia corre avanti al pentimento; la pecorella è trovata quando è ancora lontana e non torna, e il padre abbraccia l’atteso figlio che torna prima ancora che apra bocca; per questo lui non c’entra nulla con il male dilagante: l’amore è impotente, vive ai suoi antipodi.
Ancora un anno, ancora un giorno, ancora sole, pioggia e lavoro: quest’albero è buono! Tu sei buono! Darai frutto, il frutto tuo.
Il Dio contadino, si prende cura come nessuno di questo campo, di questo piccolo orto che io sono; mi lavora, mi pota, sento le sue mani ogni giorno. «Forse, l’anno prossimo porterà frutto». Questo “forse”, una piccola probabilità, uno stoppino fumigante gli è sufficiente per sperare. Si accontenta, si aggrappa a un fragile forse, forte solo di ciò che l’amore può.
Perciò abbi fiducia, sii indulgente verso tutti e anche verso te stesso, e vedremo la primavera che non si lascia sgomentare, che la Pasqua non si arrende.
Perché questo io so: Dio si coinvolge. Potente come l’amore. Impotente come l’amore.

 

III DI QUARESIMA Luca 13,1-9

Cronaca dolente, di disgrazie e di massacri. Dio dove eri quel giorno? Quando la mia bambina è stata investita, dov’eri? Quando il mio piccolo è volato via dalla mia casa, da questa terra, come una colomba dall’arca, dove guardavi?
Dio era lì, e moriva nella tua bambina; era là in quel giorno dell’eccidio dei Galilei nel tempio; ma non come arma, bensì come il primo a subire violenza, il primo dei trafitti, sta accanto alle infinite croci del mondo dove il Figlio di Dio è ancora crocifisso in infiniti figli di Dio. E non ha altra risposta al pianto del mondo che il primo vagito dell’alleluja pasquale.
Se non vi convertirete, perirete tutti. Non è una minaccia, non è una pistola puntata alla tempia dell’umanità. È un lamento, una supplica: convertitevi, invertite la direzione di marcia: nella politica amorale, nell’economia che uccide, nell’ecologia irrisa, nella finanza padrona, nel porre fiducia nelle armi, nell’alzare muri. Cambiate mentalità, onesti tutti anche nelle piccole cose, e liberi e limpidi e generosi: perché questo nostro Titanic sta andando a finire diritto contro un iceberg gigantesco.
Convertitevi, altrimenti perirete tutti. È la preghiera più forte della bibbia, dove non è l’uomo che si rivolge a Dio, è Dio che prega l’uomo, che ci implora: tornate umani!
Cambiate direzione: sta a noi uscire dalle liturgie dell’odio e della violenza, piangere con sulle guance le lacrime di quel bambino di Kiev, gridare un grido che non esce dalla bocca piena d’acqua, come gli annegati nel Mediterraneo. Farlo come se tutti fossero dei nostri: figli, o fratelli, o madri mie. Non domandarti per chi suona la campane/ Essa suona sempre un poco anche per te (J. Donne).
Poi il vangelo ci porta via dai campi della morte, ci accompagna dentro i campi della vita, dentro una visione di potente fiducia.
Sono tre anni che vengo a cercare, non ho mai trovato un solo frutto in questo fico, mi sono stancato, taglialo. No, padrone! Il contadino sapiente, che è Gesù, dice: “no, padrone, no alla misura breve dell’interesse, proviamo ancora, un altro anno di lavoro e poi vedremo”. Ancora tempo: il tempo è il messaggero di Dio. Ancora sole, pioggia e cure, e forse quest’albero, che sono io, darà frutto.
Il Dio ortolano ha fiducia in me: l’albero dell’umanità è sano, ha radici buone, abbi pazienza. La pazienza non è debolezza, ma l’arte di vivere l’incompiuto in noi e negli altri. Non ha in mano la scure, ma l’umile zappa. Per aiutarti ad andare oltre la corteccia, oltre il ruvido dell’argilla di cui sei fatto, cercare più in profondità, nella cella segreta del cuore, e vedrai, troverai frutto, Dio ha acceso una lucerna, vi ha seminato una manciata di luce.

 

 

 

 

 

 

Fb 6 dicembre 2020

Mc 1, 1-8

Un messaggio sul nulla

 

p. Ermes Ronchi

“Inizio del vangelo”, inizio della bella notizia che è Gesù. E sembra quasi una annotazione pratica, un titolo esterno al racconto. Ma il vero sigillo del senso, è nel termine “vangelo” che significa bella, allegra, gioiosa notizia.

Perché, a partire da cosa, ricominciare a vivere e a progettare, se non da una notizia buona, da una notizia bella arrivata magari all’improvviso, oppure attesa a lungo? Solo a partire dal bene si può intuire un futuro, e mai iniziando da amarezze, errori, dal male che assedia.

Ricominciare da una cattiva notizia è finta intelligenza, priva di una sapienza che sa di vangelo. E se qualcosa di doloroso ci tormenta, buona notizia diventa il perdono, che lava via gli angoli bui annidati nel cuore. A noi il compito di spargere larghi sguardi di promessa, sguardi di vangelo!

Due voci parlano del venire di Dio. Isaia, voce del cuore: Viene il Signore con grande potenza, che è la sua tenerezza; tiene sul petto gli agnellini e conduce pian piano le pecore madri. E’ la tenerezza di Dio, potenza immensa e assoluta.

E Giovanni, delle acque e del sole: Viene uno dopo di me ed è il più forte. Lui ci battezzerà, ci immergerà nel turbine santo di Dio.

Isaia e Giovanni, potremmo definirli “cercatori di profeti”. Per Isaia, profeta è innanzitutto uno che apre strade anche sul nulla, che scova tracce di speranza là dove sembrava impossibile; uno che non si nasconde, né si lascia omologare dal pensiero dominante.

I profeti: creatori di strade, liberi come nessuno! Ascoltarli è diventare come loro. Il loro secondo marchio è l’essere in attesa, insoddisfatti di ciò che hanno, cuore in tensione attratto dal richiamo di cose lontane.

In terzo luogo, profeta è colui che ri-orienta la vita: Giovanni predicava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, che sono il fallimento di chi non riesce a raggiungere la propria meta, ha perso la rotta ed è caduto. Il perdono è Dio che scuote, che indica di nuovo l’obiettivo, che fa ripartire, carovana che si rimette in viaggio all’alba, vento per la nave che salpa.

Perdono è un nuovo inizio, un nuovo mare, un nuovo giorno.

I due profeti annunciano un Altro più grande, il loro centro è altrove: in un desiderio, un orizzonte, una persona. Usano lo stesso verbo, in un eterno presente: Dio viene.

Specialmente Giovanni non dice: verrà, un giorno. Oppure: sta per venire, tra poco, e già sarebbe cosa grande. Ma semplice, diretto, sicuro, dice: viene! Giorno per giorno, continuamente, adesso. Anche se non lo vedi, eccolo, in cammino sulla tua strada. Si fa vicino nel tempo e nello spazio, ci stupisce come la prima neve.

Perché ciò che fa ricominciare a sorridere, a inventare, a relazionarsi, è sempre un presagio di gioia, uno straccetto di profetica speranza, almeno intravista. Di tracce nascoste di Dio, è pieno il mondo.

 

2 Avvenire II di avvento B

Due voci, a distanza di secoli, gridano le stesse parole, nell’arsura dello stesso deserto di Giuda. La voce gioiosa di Isaia: «Ecco, il tuo Dio viene! Ditelo al cuore di ogni creatura». La voce drammatica di Giovanni, il Giovanni delle acque e del sole rovente, mangiatore di insetti e di miele, ripete: «Ecco, viene uno, dopo di me, è il più forte e ci immergerà nel turbine santo di Dio!» (Mc 1,7).

Isaia, voce del cuore, dice: «Viene con potenza», e subito spiega: tiene sul petto gli agnelli più piccoli e conduce pian piano le pecore madri. Potenza possibile a ogni uomo e a ogni donna, che è la potenza della tenerezza.

I due profeti usano lo stesso verbo, sempre al presente: «Dio viene». Semplice, diretto, sicuro: viene. Come un seme che diventa albero, come la linea mattinale della luce, che sembra minoritaria ma è vincente, piccola breccia che ingoia la notte.

Due frasi molto intense aprono e chiudono questo vangelo. La prima: Inizio del vangelo di Gesù Cristo, della sua buona notizia. Ciò che fa ricominciare a vivere, a progettare, a stringere legami, ciò che fa ripartire la vita è sempre una buona notizia, una fessura di speranza. Inizio del vangelo che è Gesù Cristo. La bella notizia è una persona, il vangelo è Gesù, un Dio che fiorisce sotto il nostro sole, venuto per far fiorire l’umano. E i suoi occhi che guariscono quando accarezzano, e la sua voce che atterra i demoni tanto è forte, e che incanta i bambini tanto è dolce, e che perdona. E che disegna un altro mondo possibile. Un altro cuore possibile.

Dio si propone come il Dio degli inizi: da là dove tutto sembra fermarsi, ripartire; quando il vento della vita «gira e rigira e torna sui suoi giri e nulla sembra nuovo sotto il sole» (Qo 1,3-9), è possibile aprire futuro, generare cose nuove. Da che cosa ricominciare a vivere, a progettare, a traversare deserti? Non da pessimismo, né da amare constatazioni, neppure dalla realtà esistente e dal suo preteso primato, che non contengono la sapienza del vangelo, ma da una “ buona notizia”.

In principio a tutto c’è una cosa buona, io lo credo. A fondamento della vita intera c’è una cosa buona, io lo credo. Perché la Bibbia comincia così: e vide ciò che aveva fatto ed ecco, era cosa buona.

Viene dopo di me uno più forte di me. La sua forza? Gesù è il forte perché ha il coraggio di amare fino all’estremo; di non trattenere niente e di dare tutto. Di innalzare speranze così forti che neppure la morte di croce ha potuto far appassire, anzi ha rafforzato. È il più forte perché è l’unico che parla al cuore, anzi, parla “sul cuore”, vicino e caldo come il respiro, tenero e forte come un innamorato, bello come il sogno più bello.

E chiama tutti a essere ‘più forti’, a fare come Isaia e Giovanni: a

Notiamo il verbo centrale: viene, al presente. Giovanni non dice: verrà, un giorno. Non proclama: sta per venire, tra poco, e sarebbe bastato. Ma semplice, diretto, sicuro dice: viene.

Due voci che parlano di un Dio Camminatore instancabile dei secoli, viaggiatore dell’anima, orma nel deserto, piede che si ferma alla tua porta (cf. Ap 3,20), fremito nel grembo di Maria (Lc 1,41), passione nella voce di Giovanni, miele nella voce di Isaia.

Giorno per giorno, continuamente, adesso, Dio viene. Anche se non lo vedi, viene; anche se non ti accorgi di lui, è in cammino su tutte le strade.  È bello questo mondo immaginato colmo di orme di Dio.

Guardiamo la terra, da un angolo all’altro: è cresciuta la libertà dei singoli, l’autenticità nelle relazioni; un segno dello Spirito santo è il movimento epocale del femminile; è cresciuta la giustizia e la solidarietà verso i deboli, pensate solo alla rivoluzione di questi anni nei confronti dei disabili, da quando erano invisibili al rispetto che oggi li circonda;

e poi l’amore per l’ambiente, per tutte le creature, per la terra, l’aria, le acque. E l’istruzione e la scienza e la cultura. Anche altro è cresciuto, è vero, una solitudine, una disgregazione di legami, una idolatria del denaro e dell’apparire, una insofferenza verso gli estranei.

E tuttavia il regno di Dio è più vicino oggi di ieri. Il vangelo d’avvento ci aiuta a non smarrire il cuore, a non appesantirlo di paure e delusioni. Ci sarà sempre un momento in cui ci sentiremo col cuore pesante. Ho provato anch’io lo scoraggiamento, molte volte, ma non gli permetto di mangiare nel mio piatto, non gli permetto di sedere sul trono del mio cuore.

Il motivo è questo: fin dentro i muscoli e le ossa io so una cosa, come la sapete voi, ed è che non può esserci disperazione finché ricordo perché sono venuto sulla terra, di chi sono al servizio, chi mi ha mandato qui. E chi sta venendo: viene il più forte.

Un mondo più buono e più giusto, dove

 

 

 

 

Il Vangelo – A cura di Ermes Ronchi

Rinunciare per il Signore significa fiorire (e riempie la vita).

V Dom. T. O. – Anno C – ( febbraio 2019)

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda (…). Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci (…).

La nostra vita si mette in cammino, avanza, cammina, corre dietro a un desiderio forte che nasce da una assenza o da un vuoto che chiedono di essere colmati. Che cosa mancava ai quattro pescatori del lago per convincerli ad abbandonare barche e reti e a mettersi in cammino dietro a quello sconosciuto, senza neppure domandarsi dove li avrebbe condotti?

Avevano il lavoro e la salute, una casa, una famiglia, la fede, tutto il necessario per vivere, eppure qualcosa mancava. E non era un’etica migliore, non un sistema di pensiero più evoluto. Mancava un sogno. Gesù è il custode dei sogni dell’umanità: ha sognato per tutti cieli nuovi e terra nuova.

I pescatori sapevano a memoria la mappa delle rotte del lago, del quotidiano piccolo cabotaggio tra Betsaida, Cafarnao e Magdala, dietro agli spostamenti dei pesci. Ma sentivano in sé il morso del più, il richiamo di una vita dal respiro più ampio. Gesù offre loro la mappa del mondo, anzi un altro mondo possibile; offre un’altra navigazione: quella che porta al cuore dell’umanità «vi farò pescatori di uomini», li tirerete fuori dal fondo dove credono di vivere e non vivono, li raccoglierete per la vita, e mostrerete loro che sono fatti per un altro respiro, un’altra luce, un altro orizzonte. Sarete nella vita donatori di più vita.

Gesù si rivolge per tre volte a Simone:

– lo pregò di scostarsi da riva: lo prega, chiede un favore, lui è il Signore che non si impone mai, non invade le vite;

– getta le reti: Simone dentro di sé forse voleva solo ritornare a riva e riposare, ma qualcosa gli fa dire: va bene, sulla tua parola getterò le reti. Che cosa spinge Pietro a fidarsi? Non ci sono discorsi sulla barca, solo sguardi, ma per Gesù guardare una persona e amarla erano la stessa cosa. Simone si sente amato.

– non temere, tu sarai: ed è il futuro che si apre; Gesù vede me oltre me, vede primavere nei nostri inverni e futuro che già germoglia.

E le reti si riempiono. Simone davanti al prodigio si sente stordito: Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore. Gesù risponde con una reazione bellissima che m’incanta: non nega questo, ma lui non si lascia impressionare dai difetti di nessuno, dentro il presente lui crea futuro. E abbandonate le barche cariche del loro piccolo tesoro, proprio nel momento in cui avrebbe più senso restare, seguono il Maestro verso un altro mare. Sono i “futuri di cuore”. Vanno dietro a lui e vanno verso l’uomo, quella doppia direzione che sola conduce al cuore della vita.

Chi come loro lo ha fatto, ha sperimentato che Dio riempie le reti, riempie la vita, moltiplica libertà, coraggio, fecondità, non ruba niente e dona tutto. Che rinunciare per lui è uguale a fiorire.

(Letture: Isaia 6, 1-2.3-8; Salmo 137; 1 Corinzi 15, 1-11; Luca 5, 1-11).

http://www.smariadelcengio.it/fra-ermes-ronchi-comunica/27004/commento-al-vangelo-domenica-10-febbraio-p-ermes-rinunciare-per-il-signore-significa-riempire-la-vita/

 

 

 

1 Giugno 2016

Messaggio della Madonna di Medjugorje

 

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I 10 SEGRETI DI MEDJUGORJE (di Padre Livio Fanzaga):

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VIDEO RELATIVI AI MESSAGGI DELLA MADONNA DI MEDJUGORJE

PLAYLIST RELATIVA A MEDJUGORJE (MESSAGGI E COMMENTI IN VIDEO)
https://www.youtube.com/playlist?list=PL_I8V9Z5YmOY_O1E9krjhlTo3O_k-L-6y

LE APPARIZIONI DELLA MADONNA A PORZUS – Nuova versione

6 luglio 2005

Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO

5 Gennaio 2010

REPORT SUL 21° SECOLO

Attraverso un
fantascientifico viaggio nel tempo, l’autore del libro, Pier Angelo
Piai, desidera sensibilizzare il lettore a prendere coscienza del
nostro comune modo di pensare ed agire, noi del 21° secolo che ci
vantiamo di essere progrediti. In che cosa consiste, allora, la vera
evoluzione della specie umana?
Quando l’uomo potrà diventare davvero integrale?
Report
cerca di dare alcune risposte ai moltissimi interrogativi che emergono
in queste pagine scritte attraverso riflessioni e  considerazioni
sociologiche, antropologiche e filosofiche.

6 Luglio 2005

6 luglio 2005 Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron